Rubriche Setteotto

Lia Courrier e il cammino verso la realizzazione :”Nessuna strada è un vicolo cieco”

La nostra è una società molto competitiva, che spinge fin da piccolissimi a puntare verso il raggiungimento dell’eccellenza, con la convinzione che senza un simile risultato, non sia possibile realizzarsi come individui. Per essere considerata una persona vincente, oggi, devi avere un bel lavoro,  preferibilmente in un ruolo di responsabilità e un conto in banca che ti permetta di acquistare una felicità di plastica: questo ci viene propinato dai media, dalle aziende e dalla società. Una trappola terribile e fuorviante, che omologa persino i desideri, allontanandoci dalla ricerca della realizzazione, che è un fatto privato. Questo spasmodico accanirsi per emergere dalla massa ci ha portato a sviluppare una pessima relazione fallimento e con l’errore, sempre più vissuti come una terribile, disonorevole caduta da cui è impossibile riemergere. Una pratica molto diffusa è quella di raccontarci piccole e innocenti bugie per giustificarci, convincendoci che quello sbaglio in realtà sia causato da altri e non da noi stessi, scaricandoci da ogni responsabilità a riguardo. In realtà quando ci accade di commettere un errore, stiamo semplicemente attraversando un’importante fase del processo di apprendimento.
Quando la danza viene praticata con il giusto equilibrio e purezza di intenti, diventa un importante strumento per emanciparsi da questa visione distorta dell’esistenza, come del resto qualsiasi attività legata alla sfera creativa. Molti giovani sono attratti dalla libertà di espressione che la danza concede, al punto da aspirare a farne la propria professione: è così che le scuole di danza si popolano di speranze e desideri. Questa spinta così fresca e creativamente guizzante che si percepisce nella pratica degli esordi, però, non sempre è destinata a durare a lungo, perché l’apprendimento dell’arte del movimento è tutt’altro che facile e quindi, dopo l’entusiasmo iniziale, che vive dell’euforia e quel senso di libertà dato da tutte le cose nuove, si arriva inevitabilmente allo scontro con la difficoltà, la non comprensione, il limite. La richiesta continua di ottenere risultati eccellenti si ripresenta anche qui, in quella che sembrava essere una zona franca. La delusione e il disincanto in seguito alla consapevolezza acquisita che anche nella danza si possono ripresentare gli stessi schemi soffocanti che caratterizzano proprio ciò da cui si cerca di fuggire, può essere particolarmente bruciante, al punto da portare l’allievo a riconsiderare tutto: sogni, desideri e scelte. Non sempre si riesce a vedere come le ambizioni possano essere ridimensionate, modificate e trasformate senza perdere di vista l’obiettivo, perché anche questo vuol dire crescere. Cambiare rotta per avvicinarsi a ciò che è più giusto per il proprio potenziale non è indice di fallimento, ma un naturale processo di scoperta del proprio talento, che potrebbe non essere proprio quello che desideravamo avere, ma che comunque esiste.

Un caso molto diffuso è quello del giovane studente che vorrebbe diventare un ballerino classico, ma che non possiede le caratteristiche per poter aspirare a farne una professione. Molte volte si tratta anche di soggetti che negli anni, grazie ad un grande impegno e una motivazione di ferro, hanno raggiunto una buona padronanza della tecnica, ma purtroppo sappiamo bene come in questo ambito lavorativo il fattore fisico rappresenti una componente decisiva e normalmente, se hai le caratteristiche giuste per poter affrontare quel tipo di carriera, vuol dire che sei già studente di una delle numerose Accademie di Balletto sparse in giro per l’Europa, dove per accedere ai corsi viene fatta una severa selezione sul corpo. Non essere ammessi ad una di queste strutture, però, non vuol dire che non si è idonei alla danza, ma è solo da considerarsi un’indicazione che forse non si è adatti a quello specifico linguaggio coreutico. Anche se conosciamo storie di giovani ballerini rifiutati in una Accademia che poi hanno comunque avuto successo nell’ambito del balletto, bisogna dire che si tratta di casi rari in cui il talento sarebbe esploso comunque, data la sua forza e innegabilità. Nella maggior parte dei casi invece osservo come la danza possa divenire al contempo amante e carnefice, secondo un paradosso, dato da una passione che letteralmente brucia, in cui non si può vivere con lei ma neanche senza di lei. In cui ci si sente odiati da colei che si ama profondamente.

L’accanimento da parte dell’allievo, nell’insistere a inseguire il suo sogno anche quando è ormai palese che questo non porterà che altro dolore, può essere stemperato e nuovamente incanalato da un insegnante intelligente che mostri altre strade percorribili, altrettanto interessanti e stimolanti, per vivere questi momenti di crisi come una opportunità di rinnovamento e di avvicinamento alla propria identità artistica. Molto spesso invece osservo con tristezza una certa tendenza da parte degli insegnanti a fidelizzare gli allievi, assecondando questa pratica autodistruttiva di spingersi su strade impraticabili solo per tenerli con sé. Non credo sia solo una questione legata all’aspetto economico del lavoro, quanto piuttosto una delle espressioni dell’ego, a cui normalmente piace molto avere controllo sulle altre persone, in particolare su quelle che considera vulnerabili. Credo che in questi casi sia necessario mettere da parte sé stessi e i propri fallimenti (perché tutti ne possediamo), osservando la persona che abbiamo davanti con uno sguardo libero da pregiudizi e da proiezioni, per aiutarlo davvero a trovare il suo proprio cammino.

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