Rubriche Setteotto

Lia Courrier ci parla di ASD, Partita Iva e scartoffie: torna SetteOtto

Periodo di dichiarazione dei redditi. Ogni volta mi colgono mal di testa e orticaria solo a pensarci, e non soltanto perché detesto la burocrazia e le scartoffie in ogni possibile manifestazione, ma perché la situazione degli insegnanti di danza è a dir poco nebulosa se non impossibile da gestire. In qualsiasi modo tenti di muoverti, stai facendo la cosa sbagliata e spesso anche il commercialista, o il caaf, non sanno bene cosa farsene dei tuoi documenti.  Abbiamo il contratto con le ASD, con cui non puoi assolutamente superare il tetto dei 7.500,00€, o meglio, li puoi superare ma se lo fai vuol dire che il lavoro che presti in quella struttura non corrisponde alla tipologia cui quel contratto fa riferimento, cioè un dilettante che temporaneamente collabora con l'associazione. Questo è quantomeno singolare, dal momento che praticamente tutte le scuole di danza sono registrate  come ASD, esposte ad un conflitto di fondo che nessuno sembra vedere, nonostante sia sotto agli occhi di tutti. Ricordate la storia del Re Nudo? Ecco, uguale. Poi c'è la possibilità della ritenuta d'acconto, con cui non puoi superare i 5.000,00€ , cosa molto facile, perché non si tratta di una gran cifra, e comunque anche in questo caso stiamo parlando di una modalità di pagamento adatta per una prestazione occasionale, cioè non continuativa e reiterata nel tempo, come quella che invece siamo chiamati a dare come maestri di danza nel caso di un corso annuale residenziale, ovviamente, non per eventi, masterclass e stage per cui la faccenda è totalmente diversa.

Alcune strutture premono affinché tu apra una posizione Iva, altre invece non ne vogliono sapere perché poi ti devono pagare di più, e se insisti rischi di perdere il lavoro, tanto non è mica difficile trovare qualcuno che non fa tante storie e accetta una paga minore. La partita Iva, vorrei ricordarlo a tutti, è in sostanza l'avviamento di una attività commerciale da professionista autonomo, ossia non è congruente con la nostra professione di insegnanti, che abbiamo orari fissi che non possono essere modificati a piacimento e modalità da lavoro subordinato. L'insegnante che non possiede una sua struttura formativa, riconosciuta in una realtà registrata, nel qual caso utilizzerà la partita Iva dell'impresa/associazione e non certo quella personale, è da considerarsi un imprenditore? Mi sembra ridicolo. La partita Iva, inoltre, comporta un costo di gestione non indifferente che pesa come un macigno se non hai commercialisti tra i tuoi contatti di famiglia, soprattutto al cospetto di una retribuzione complessiva che di certo non ti copre di oro facendoti vivere da nababbo. Decurtare una parte delle risorse che ti servono per vivere, per pagare l'opera di un commercialista, è un'idea folle, la realtà è che siamo intrappolati in questo paradosso solo per l'indifferenza da parte di uno Stato non si vuole far carico della nostra situazione e continua a darci soluzioni di ripiego che ci si ritorcono continuamente contro.

La cosa che mi risuona nella testa, ogni volta che arriva il momento della dichiarazione dei redditi, è che noi maestri di danza alla fine dei conti siamo, a tutti gli effetti, dei dipendenti. Eh si, dovremmo poter essere assunti dalle scuole in cui prestiamo la nostra opera per l'intero anno accademico, avere dei contratti, anche a tempo determinato, dal primo giorno di lezione all'ultimo, e questo ci consentirebbe di accedere alla disoccupazione per coprire il periodo estivo, che spesso è scoperto: dal momento che parlare di pensione per noi è utopico, almeno potremmo accedere agli ammortizzatori sociali adesso!

Quando si parla di metodi di pagamento, l'insegnante di danza si trasforma in un grottesco membro della carboneria, e tutto assume un'aria losca e sospetta, si parla sottovoce e ci si sente sempre appesi ad un filo. Ma perché non possiamo vivere alla luce del sole con la dignità di chi fa con orgoglio un lavoro meraviglioso e che gli è anche costato una vita di studio? La Costituzione, che il nostro presidente del Consiglio vorrebbe cambiare, non dice per caso, all'articolo uno, che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro?

Noi un lavoro ce l'abbiamo, e lo amiamo anche, ma pare proprio che ci sia una sorta di dissociazione tra l'idea che noi abbiamo di noi stessi, forti di anni di studio, ricerca, esperienza e la certezza di essere dei professionisti di qualità e di valore, con qualcosa da dire e da dare; e l'idea che la collettività ha di noi. Forse sarebbe meglio dire che NON ha, dal momento che siamo praticamente trasparenti sotto tutti i punti di vista, dei parassiti sociali con un finto mestiere, che qualsiasi amatore della danza potrebbe fare.

In effetti è proprio così, poiché senza una legislazione chiara ed un riconoscimento della figura del maestro di danza, non capita di rado di incontrare persone che insegnano danza come secondo lavoro. Questa è una cosa che in molti altri paesi europei non potrebbe neanche esistere.

Quello che vorrei chiedere al Ministero, se potessi farlo, sarebbe dare una dignità al nostro lavoro, pari alla dedizione che ci mettiamo tutti i giorni, senza avere nessuna certezza sul futuro, senza potersi ammalare, senza riconoscimenti e senza neanche poter essere assunti con un contratto adeguato, che ci consenta di essere pagati regolarmente. Ecco: se potessi chiederei di dare alle scuole di danza la possibilità di investire sui propri docenti per costruire qualcosa di più solido di un castello di carte.

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