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Les Italiens de l’Opéra de Paris protagonisti dell’ultima serata del Ravello Festival

Ravello saluta la danza e dal belvedere di Villa Rufolo rimanda gli appassionati di questa sessantacinquesima edizione al 2018, con un nuovo tema da abbracciare idealmente con i grandi artisti ospiti della terza edizione coreutica griffata da Laura Valente. Scrupolosa ed innovatrice qual è, la direttrice artistica della danza ha immaginato un Ravello Festival pregno di iniziative legate l’un l’altra dal filo conduttore dell’abbattimento dei muri ideologici, razziali, religiosi e materiali esistenti qua e là per il mondo. E così è stata raccontata la presenza sullo stesso palco di Villa Rufolo della Batsheva Dance Company di Ohad Naharin e della Sareyyet Ramallah con l’inequivocabile “Palestinian karma”. Il Medioriente, dunque, spauracchio dello sconfinamento dal di qua al di là di un confine sempre più labile, proprio come quello realizzato da “Les Italiens de l’Opéra de Paris” di Alessio Carbone.

Protagonisti dell’ultima serata di danza del festival wagneriano, gli undici ballerini italiani in organico nel corpo di ballo del Teatro dell’Opéra di Parigi hanno valicato con successo le Alpi per un’avventura giovane ed innovativa, proprio nel solco dei contenuti e delle forme presenti sui tornanti di Ravello. “Les Italiens”, così affettuosamente chiamati dallo stesso Carbone, hanno il compito di rappresentare lo stivale sin dentro Palais Garnier, ovvero la più folta rappresentanza di ballerini stranieri nel Massimo teatro parigino. Undici su sedici posti disponibili del corpo di ballo riservati a talenti di tutto il mondo sono italiani e l’orgoglio di Alessio Carbone, primo ballerino, è proprio quello di ricondurre in patria tutto il successo ed il glamour acquisito negli anni. Magari con una tournèe made in Italy.

Eh sì, sarebbe proprio la realizzazione di un sogno meraviglioso – ammette il figlio d’arte Carbone – soprattutto perché mi piacerebbe tanto portare “Les Italiens” nelle regioni di provenienza di noi undici ballerini. Un viaggio a casa con una tournée che potesse mettere in bella mostra le nostre capacità sia nel repertorio classico che contemporaneo. A questo proposito, nel primo anno di vita del nostro ensemble, ho voluto eseguire balletti sempre ripresi da professionisti nati dentro quelle compagnie e quelle stesse opere di riferimento. Un’ambizione che sta diventando sempre più realtà, grazie all’immancabile contributo del mecenate francese Bertrand du Vignaud de Villefort che sostiene il nostro progetto al di qua ed al di là delle Alpi, naturalmente.

E l’ultimo spettacolo di danza del Ravello Festival è stato proprio il viaggio a ritroso di Alessio Carbone e dei suoi compagni, attraverso il repertorio natio del Teatro dell’Opéra di Parigi firmato nell’Ottocento e nel Novecento dai vari Petit, Bejart, Balanchine, Garnier, Carlson, Bournonville, Araiz e Forsythe. Un repertorio che inevitabilmente accomuna le esperienze dei baldi giovani di Carbone, tutti all’unisono a manifestare una grandeur all’italiana, probabilmente mai capitata in altre compagnie nel mondo. E così il passo da “La Sylphide” a “The Middle Somewhat Eleveted” è stato davvero breve ed intenso – spiega il primo ballerino dell’Opéra – passando per l’Adagietto” di Mahler che peraltro rappresenta il titolo giusto nel posto giusto. Una musica nata per la natura con una coreografia pensata per l’acqua, magari proprio l’acqua di questo bellissimo della Costiera. Senza dimenticare “Arepo”, creato apposta per me da Maurice Bejart che me l’ha lasciato generosamente in eredità. E poi “Signes” della Carlson con la nostra musa ispiratrice Marie-Agnes Gillot, ospite graditissima de Les Italiens.

La seconda parte della serata è invece stata un omaggio alla nuova danza contemporanea di Simone Valastro e Matteo Levaggi. Il primo è un danzatore dell’Opéra ma con passi da gigante come coreografo. Ha creato in prima assoluta “Bread and Roses the future”, prendendo il titolo da uno dei più bei film del regista inglese Ken Loach per rappresentare una riflessione in danza sul tema dell’immigrazione. Proprio come Matteo Levaggi, coreografo di “Black dust” nella ripresa musicale di Lamberto Curtoni dell’ultimo album di David Bowie “Black star”, altro pioniere della lotta alle barriere ed ai muri del mondo. Giusto per restare in tema di barriere da superare ed abbattere, come in un solco consolidato nella mente e nell’opera di Laura Valente, lungimirante direttrice artistica della danza di Ravello.

Ho programmato questa serata con la Valente da almeno dieci mesi – ricorda un divertito Carbone – sentendoci al telefono almeno un centinaio di volte con chiacchierate sempre più incalzanti. Abbiamo puntato a valorizzare “Les Italiens” negli argini dei contenuti proposti quest’anno così da riuscire nel nostro comune intento. E poi ho potuto realizzare un altro sogno, ovvero quello di tornare a Napoli ed a Ravello, due posti davvero eccezionali. Si pensi che il mio migliore amico a Parigi è di Castellammare di Stabia, con l’incredibile ed inconfondibile presenza della cadenza napoletana in una città francesissima come Parigi! Non ci ho pensato un solo minuto quando la direzione artistica mi ha proposto di realizzare una serata a Ravello, un orgoglio per me e per i miei compagni di viaggio.

Tra questi si è aggiunto Matteo Levaggi, coreografo giovane ma già impegnato in Italia e nel mondo della danza. Lui stesso, dopo essere stato accostato dal “Financial Time” addirittura a Merce Cunningham, ha dichiarato di sentirsi essenzialmente me stesso e mi piace da morire trasmettere le mie sensazioni ad Alessio Carbone ed ai suoi ballerini, peraltro davvero straordinari. E per l’occasione ho pensato alla musica di Bowie ed ai costumi di Lacroix che Karole Armitage ci ha gentilmente prestato. Una miscellanea di nomi che davvero farà tremare i muri di tutto il mondo, a cominciare da Ravello. Del resto aver provato a Palais Garnier con “Les Italiens” mi ha riempito d’orgoglio e soddisfazione, entrando nella casa della danza parigina con una mia coreografia. 

Oggi è il 19 ottobre 2017

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