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Il 2016 del Teatro di San Carlo di Napoli. Un anno da ricordare

Le feste natalizie ci conducono inevitabilmente alla mente i ricordi di quest’ultima stagione solare, tornando indietro nel tempo per riabbracciare idealmente i personaggi incontrati a teatro e rivivere le sensazioni dei titoli seguiti in platea o fin sul loggione. Ricordi che spesso ci portiamo nel tempo, soprattutto se legati a veri e propri eventi di balletto, griffati da grandi nomi ed interpretati da ballerini appassionati e soprattutto appassionanti. È proprio qui la differenza tra un teatro e l’altro. E noi proviamo a raccontare la storia di questo 2016 al Teatro di San Carlo di Napoli, la cui compagnia è stata diretta per un biennale purgatorio dal maître de ballet Lienz Chang fino all’estate scorsa per poi cederne lo scettro al figliuol prodigo Giuseppe Picone.

A questo punto non ci resta che riavvolgere il nastro del tempo fino ai primissimi giorni del 2016, quando in scena troviamo “Lo Schiaccianoci” di Pëtr Il’ič Čajkovskij e le coreografie affidate proprio al maître de ballet Lienz Chang. Dopo tanta abnegazione al lavoro e fedeltà istituzionale, la coreografia del titolo di Lev Ivanov è parsa ai più un vero e proprio contentino ad honorem per il maestro cubano, ormai relegato al ruolo di re senza corona sul trono partenopeo del balletto. Ma la crisi, si sa, è diventata anche molto psicologica e l’investimento sulla direzione del Corpo di Ballo è sembrato precipitoso a fronte di due anni di reggenza cubana!

E così la programmazione della stagione ha previsto un altro titolo assai frequente nel repertorio di balletto del Teatro di San Carlo, ovvero la “Coppelia” di Roland Petit che si è sempre dichiarato innamorato della città di Napoli e del suo teatro. Qui Luigi Bonino ha ripreso fedelmente la coreografia, allungando il brodo coreutico sancarliano fino al successivo titolo del “Romeo e Giulietta” di Leonid Lavrovskij, attesissimo e mai deludente, soprattutto quando si celebrano i quattrocento anni della morte di William Shakespeare. Forse tra le tante riprese coreografiche del titolo musicato da Sergej Prokof’ev  se ne poteva scegliere una più suggestiva ma il convento ha evidentemente stretto la cinghia o avvicinato l’orizzonte. Eppure il pubblico ha accolto con favore la tragedia shakespeariana, aspettando con ansia la conclusione del bando primaverile per la nomina estiva del nuovo direttore.

Ad un certo punto cominciavano a circolare nomi buoni per tutte le stagioni ed altri più inquietanti, si vociferava di grandi ritorni e personaggi esotici fino al manipolo conclusivo di papabili tra cui il nostro Giuseppe Picone. La fumata bianca ha cambiato radicalmente il punto di vista del pubblico e degli addetti ai lavori, incuriositi dall’entusiasmo dilagante del neo-direttore napoletano al pari delle oggettive difficoltà cui andava incontro con l’inesperienza manageriale e le storiche beghe sindacali. Del resto nomi altisonanti della Tersicore italiana quali Pippo Carbone, Elisabetta Terabust ed Anna Razzi pare abbiano sofferto il clima ostile dei corridoi dei maggiori teatri italiani, ivi compreso naturalmente quelli del Teatro di San Carlo.

E così in fretta e furia il quarantenne Giuseppe Picone si è trovato al cospetto della settima edizione di un “Autunno Danza”, utilissimo a riavvicinare il pubblico alla danza in vista della nuova stagione. E questa edizione ha salutato il neo-direttore, abile a vestirsi addosso l’intera rassegna e calpestarne il canovaccio già programmato con altrettante abili mosse: i festeggiamenti dell’ottantesimo compleanno di Carla Fracci al Massimo partenopeo, la sostituzione delle serate in onore di Svetlana Zakharova con le suite tratte da “Le Corsaire”, con Iana Salenko e la web-star dell’American Ballet Theatre Daniil Simkin, ed “Il lago dei cigni” con lo stesso principe-direttore Giuseppe Picone ed ancora la prima ballerina del Barlin Ballet Theatre Iana Salenko. Mosse a sorpresa che hanno calamitato le attenzioni di critica e pubblico, alzando l’asticella dell’audience intorno al Teatro di San Carlo come non avveniva da tempo. Meriti indiscutibili del passato riproposto sapientemente e del futuro immaginato e promesso. Un mix esplosivo tutto appannaggio del chiacchiericcio intorno alla danza sul Golfo, dopo un bel po’ di tempo di incurie ed improvvisazione che, evidentemente, non erano passate inosservate al grande ed appassionato pubblico dell’intera regione e del Mezzogiorno.

E dunque nel turbinio di alti e bassi ci pare più opportuno dividere l’anno nelle due metà perfette: il primo semestre è stato all’insegna della prosecuzione di un solco tracciato qualche tempo prima, più o meno voluto per reprimere le velleità di un’imponente risalita della china coreutica; il secondo semestre andrà invece ricordato per la fine dell’oblio, con la scelta di una direzione artistica alla quale è stato consentito di intervenire seduta stante sulla prima programmazione possibile, a dimostrazione del maggiore coraggio intavolato a proposito delle faccende tersicoree. Fino a quest’ultimo “Lo Schiaccianoci”, coreografato dal francese Charles Jude, direttore della Compagnia di Balletto di Bordeaux con un titolo che aveva proposto per la prima volta nel 1996 resuscitando la versione originale dei quattordici capitoli del racconto di E.T.A. Hoffmann “Schiaccianoci e il re dei topi”. Una storia decisamente più inquietante, dove Clara diviene Marie ed il mondo fatato di Pëtr Il’ič Čajkovskij cede il passo ai meandri dell’inconscio e delle paure di ognuno di noi della penna di Alexandre Dumas. Proprio quando il direttore sancarliano Giuseppe Picone è a Palermo ad allestire un suo “Lo Schiaccianoci” per il Teatro Massimo programmato da più di un anno, con la consapevolezza di aver imbastito un canovaccio che si spera duri il più a lungo possibile. Almeno per il triennio firmato nell’estate di quest’anno bisestile che se ne va.

Crediti fotografici: N. Razina

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