Interviste

Fabrizio Coppo: “I sogni restano tali, solo se non decidiamo di afferrarli e trasformarli in realtà”

“I sogni restano tali, solo se non decidiamo di rincorrerli, afferrarli e trasformarli in realtà”. Quali erano i tuoi sogni di bambino e credi di averli realizzati?

Il mio sogno cominciò negli anni novanta in una fredda sera napoletana. Mia nonna materna arrivò a casa euforica e mi disse: “Ti porto a teatro, sarà un’esperienza meravigliosa”.

Aveva in mano due biglietti per l’opera “Madame Butterfly” al Teatro San Carlo di Napoli. Io all’epoca avevo solo nove anni e non ero mai stato in un teatro. “Coraggio, vestiti bene che a teatro si va eleganti”, incalzava mia nonna. Ero emozionato e nervoso al contempo.

Quando si aprì il sipario, fui trasportato in un mondo meraviglioso in cui il confine tra realtà e finzione si ridusse fino a scomparire. In quel preciso istante capì che il mio posto era quello, e che la mia nuova casa sarebbe stata il teatro. Fu così che un giorno vidi al TG degli estratti di “Romeo e Giulietta” con Carla Fracci e Rudolf Nureyev. Rimasi letteralmente travolto dalla bellezza di ciò che vidi e m’innamorai definitivamente. Dopo oltre vent’anni, posso dire di aver realizzato molto di più di ciò che sembrava un sogno irraggiungibile.

Da Caserta a Roma, da Roma a Milano. Dall’Accademia nazionale di danza fino al diploma al Teatro alla Scala. Che anni sono stati quelli della tua formazione?

Sono stati anni tra i più belli e difficili della mia intera vita. Lasciai la mia casa che avevo solo quattordici anni e mi ritrovai a vivere una vita da adulto senza, di fatto, esserlo. Imparai a gestirmi da solo, a contare solo su me stesso e coltivai la mia forza e la mia determinazione. Ricevetti una disciplina ferrea; imparai a essere esigente con me stesso, a non accontentarmi di un risultato ma a cercare la perfezione, capì cosa fossero il buon gusto e la bellezza.

La tua vita è fatta d’incontri importanti che hanno segnato svolte fondamentali per la tua carriera. Ce li racconti?

Gli incontri sono stati moltissimi: fin dall’età di sedici anni ho avuto l’opportunità di calcare palcoscenici importanti e di lavorare con grandissimi artisti del calibro di Roberto Bolle, Svetlana Zakharova, Massimo Murru e Alessandra Ferri che ebbi il piacere di accompagnare nel suo addio alle scene al Teatro alla Scala, ballando come solista nel balletto “La Dama delle Camelie” di John Neumeyer.

Un incontro che porto nel cuore e che ancora mi emoziona ripensandoci, fu quello con Pierre Lacotte. Danzavo “Who Cares?” di Balanchine presso il Teatro dell’Opera di Vienna, in particolare interpretavo il meraviglioso pas de deux “The man i love”. A fine spettacolo Lacotte mi si avvicinò facendomi i complimenti per la mia personale esecuzione. Rimasi senza parole, quel momento, quella stretta di mano non la dimenticherò mai.

L’esperienza in Scala ti ha donato ruoli e balletti da protagonista, tanto da essere secondo cast di Roberto Bolle nella famosa AIDA di Zeffirelli.

Ero giovanissimo, avevo solo diciotto anni ed ero entrato da pochissimo nel corpo di ballo del Teatro alla Scala. Il grande Maestro Franco Zeffirelli arrivò in sala e davanti all’intera compagnia disse: “Voglio lui”. Nonostante avessero cercato di dissuaderlo, data la mia giovane età, non sentii ragioni. Le coreografie furono curate dal grandissimo Vladimir Vassiliev, un mostro sacro della danza che lasciò un segno indelebile nella mia vita e che contribuì enormemente alla mia crescita professionale e artistica.

Poi la decisione di lasciare la Scala e trasferirti a Valencia dove rimanesti tre anni. Perché?

Avevo già trascorso quasi sei anni a Milano. Era un ambiente che sentivo, oramai, di conoscere bene e avevo la curiosità di cimentarmi con un linguaggio che fosse più dinamico e contemporaneo. Sentivo, inoltre, che era giunto il momento di scavare dentro il mio tessuto emozionale, di non ossessionare me stesso e il mio corpo al fine di ottenere una mera e perfetta esecuzione di passi ma di esprimere ciò che avevo dentro, di dar voce alle mie inquietudini e ai miei sentimenti.

Gli anni a Valencia sono stati colmi di successi e traguardi raggiunti. Che ricordi hai di quel periodo?

E’ stato un periodo meraviglioso. Osservavo tutto ciò che mi accadeva intorno e mi nutrivo della bellezza di cui ero circondato. Ricordo le meravigliose tournée nazionali e internazionali: ebbi modo di prendere parte a Festival importanti: dal Festival de danza de l’Habana a Cuba sotto l’eccellente direzione di Alicia Alonso fino all’International Ballet Festival of Miami a cura di Pedro Pablo Penia. Esperienze indimenticabili condivise con grandi artisti provenienti da tutto il mondo.

Poi, come in ogni favola che si rispetti, durante uno spettacolo in cui danzavi da primo ballerino, ti notò il Maestro Manuel Legris. E si aprì un altro periodo importante presso l’Opera di Vienna.

L’esperienza viennese è stata fondamentale da moltissimi punti di vista. Innanzitutto ho potuto approfondire la tecnica francese con diversi maestri dell’Opera di Parigi e poi mi si diede la possibilità di interpretare un repertorio vasto e variegato. Furono anni di durissimo lavoro ma potei condividerli con vere e proprie eccellenze della danza mondiale.

Durante una vacanza a Buenos Aires facesti l’audizione per il Teatro Colon e fosti preso. Spesso racconti il momento in cui ti comunicarono la notizia come uno dei più emozionanti della tua vita. Che cosa aveva il Colon che ti affascinava così tanto?

Il Teatro Colon fa in qualche modo parte della mia infanzia: sono cresciuto guardando i video di Julio Bocca e ho avuto la grande fortuna di ammirare, dal vivo, Maximiliano Guerra spesso ospite presso Il Teatro alla Scala. In America latina la danza maschile ha avuto, da sempre, grande rilievo. Si pensi a Fernando Bujones o Herman Cornejo, oggi principal all’American Ballet Theater. Oltre ovviamente alle grandi étoiles Marianela Nunez e Ludmilla Pagliero.

Che cosa ti ha permesso di raggiungere tali e tanti obiettivi in età così giovanile? Che qualità ti riconosci?

Nonostante le paure e la mia insicurezza, ho sempre avuto il coraggio di accettare nuove sfide che sembravano essere più grandi di me. E mi riconosco una giusta dose d’incoscienza che mi ha sempre permesso di sognare in grande e di raggiungere i miei sogni con tanto sudore e sacrificio.

Ritieni di avere dei limiti ballettisticamente parlando?

Non amo la parola “limite”.  Gli unici limiti esistenti sono quelli che creiamo nella nostra mente o che altri vorrebbero imporci. In tanti anni di lavoro ho incontrato persone che avrebbero voluto impedirmi di esprimermi come desideravo, ma non ci sono riusciti. E ancora oggi, ogni giorno, cerco di migliorarmi e di superare me stesso al fine di essere, prima di tutto una persona migliore e poi un artista onesto nei confronti del proprio lavoro.

Non solo ballerino: studi, osservi il lavoro degli altri, crei. Riesci a valutarti come coreografo?

Un buon lavoro coreografico deve essere onesto, coerente e con un messaggio. Ogni artista e in questo caso ogni coreografo ha il compito, arduo, di aprire nuove porte, nuovi universi e di far riflettere ed emozionare. Da parte mia cerco di fare del mio meglio.

Che cos’è OMNIARTECASERTA?

L’associazione OmniArteCaserta nasce con l’intento di promuovere attività culturali, di formazione, eventi, progetti sociali e progetti artistici di rilievo nazionale e internazionale.

Abbiamo promosso un progetto che racchiude tutti gli aspetti legati al mondo della danza e dello spettacolo, cercando di offrire percorsi di formazione e di approfondimento altamente qualificati che permettano di entrare nel mondo del lavoro con una preparazione artistica concreta. In uno spazio nuovo e multifunzionale in cui è possibile trovare tutto ciò che abbraccia il mondo dell’arte e dello spettacolo dal vivo, tenendo conto degli aspetti fondamentali della crescita psicofisica e artistica dei suoi iscritti.

A tal proposito, l’associazione organizza e programma attività di carattere culturale e sociale volte ad aprirsi al territorio con servizi legati all’arte e non solo, organizzando corsi di formazione, consulenze nutrizionali e fisioterapiche, nonché la programmazione di eventi.

Le attività sono divise per Aree artistiche, culturali e sociali.

Quali sono gli obiettivi che ti prefiggi con questo importante progetto?

Educare. Tirare fuori il meglio da ciascuno. Creare un centro culturale polivalente per persone di tutte le età che amano l’arte e la cultura dando loro uno spazio di riferimento e di formazione in cui possano comunicare, unirsi e approfondire ciò che di più li appassiona.

Se dovessi paragonarti ai ragazzi di oggi, quali differenze riscontreresti?

Oggi i ragazzi cercano la fama e il riconoscimento nell’immediato.  Si è un po’ perso il valore del sacrificio, e la consapevolezza che per raggiungere un obiettivo, qualunque esso sia, ci vogliono impegno, dedizione e tanto studio.

Volontà, impegno, sacrificio, determinazione. Che importanza hanno avuto nella tua vita?

Rappresentano un mix perfetto per raggiungere un obiettivo.

Pensa a te stesso fra trent’anni. Dove ti vedi?

Ho imparato a non fare previsioni. La vita è meravigliosamente imprevedibile.

E oggi? Che persona sei diventata dopo la vita che hai vissuto?

Ognuno di noi è il risultato di ciò che ha vissuto. Conoscere il mondo mi ha aperto gli occhi, la mente e il cuore.  Ho imparato a non giudicare gli altri, a guardare avanti e ho scoperto che la solitudine è la nostra più dolce compagna e una grande maestra.  E sai cosa ho capito?

Cosa?

La mia vita mi ha insegnato che l’amore verso se stessi e gli altri è l’unica strada da percorrere e forse il più nobile degli obiettivi

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