Rubriche Setteotto

Dopo le domande degli allievi, Lia Courrier ci parla delle risposte dei maestri: “siamo sempre in grado di rispondere?”

Ho imparato ad insegnare danza direttamente sul campo, senza alcuna preparazione per farlo, quando avevo appena 25 anni, commettendo una miriade di errori di varia natura, che però mi hanno permesso di costruire quell’esiguo bagaglio su cui oggi posso fare affidamento per fare questo difficile lavoro. Non provenendo da un percorso accademico, una delle mie principali difficoltà è sempre stata quella di trasmettere le informazioni tecniche relative alle basi. Trovo molto più facile, infatti, insegnare ad un gruppo di professionisti che ad una classe di adolescenti in formazione, dove i contenuti devono essere spiegati in modo estremamente coinciso e puntuale. La situazione più ardua che ho dovuto affrontare agli esordi, è quella in cui qualcuno ha delle domande da fare, soprattutto quando queste riguardano gli aspetti più elementari, tipo: come si esegue un pas de bourré? Come si fa un pas de basque? Quando non si può contare su otto anni di accademia, può essere difficile destrutturare il movimento in ogni sua parte e conoscerne tutti i dettagli,  così nel tempo ho cercato di colmare le mie lacune studiando il codice e chiedendo consulenze ai colleghi di formazione accademica.

Era imbarazzante rendermi conto di essere in grado di eseguire un movimento con una certa naturalezza, ma non saperlo spiegare in ogni sua parte con precisione, con la coordinazione delle braccia, della testa, l’orientamento nello spazio: ogni volta che mi mettevo di fronte a questo tipo di analisi ecco che mille dubbi si facevano prepotentemente avanti, e mi rendevo conto che la conoscenza di quel passo era solo sommaria, ma che molte informazioni erano assenti, nella mia mente e nel mio corpo. Insomma: ero ossessionata dall’idea di restare di sasso, ammutolita di fronte ad un allievo che mi rivolgesse una domanda. Nella mia formazione familiare, i maestri sono considerati delle figure sagge e di grande sapienza, da rispettare e di cui fidarsi senza remore, quindi era per me indispensabile non farsi mai cogliere in fallo, adesso che anche io appartenevo alla categoria, per non tradire la fiducia della classe.

Dopo qualche tempo ho cominciato un percorso diverso, con la danza contemporanea e l’improvvisazione, che ha trasfigurato totalmente ogni mio possibile punto di vista sul movimento. Le certezze hanno cominciato a scomparire e così anche i punti di riferimento che fino ad allora erano stati la mia rosa dei venti, ma in questo apparente caos, paradossalmente la mia danza migliorava. Vivendo questa esperienza di perdita del controllo, ho guardato con occhi diversi alle grandi verità dogmatiche sulla danza, che mi erano state propinate come un libro sacro. Ho messo in discussione ogni aspetto, ogni dettaglio dei contenuto che mi erano stati trasmessi, osservandoli da questa nuova posizione, e lentamente nuove risposte hanno cominciato a posarsi su di me come fiocchi di neve leggeri, di cui puoi ammirare la forma perfetta e unica, un attimo prima che si fondano a contatto con il calore della pelle, svanendo nella trasformazione.

Mi sono detta che non potevo prendermi la responsabilità di trasmettere le informazioni di cui disponevo come assolute, ma che ogni corpo doveva lasciar entrare quei concetti, farli propri, metabolizzarli e valutarne l’utilità: posso parlare per quella che è la mia esperienza, ma non ho idea di come ci si senta nel corpo di un altro, diverso dal mio, di cui non sono in grado di percepire le sensazioni.

Mi sono detta che ogni concetto ed ogni parola atta a trasmetterlo andavano valutati caso per caso, tenendo conto di mille fattori e variabili, poiché quello del balletto, come tutti i codici esistenti, va anche interpretato e non soltanto recitato a memoria e applicato senza capirne il senso più profondo.

Mi sono detta anche che, alla luce di tutto questo, non è poi così importante avere sempre la risposta pronta per gli allievi, ma è molto meglio lasciare che i contenuti vengano a noi con bordi morbidi e spirito di adattamento. Così spesso dico a chi mi chiede: in questo momento non so dare una risposta utile alla tua domanda, ma ti osserverò mentre esegui questo movimento e tra qualche lezione forse potrò aiutarti. Oppure: non conosco la risposta alla tua domanda, lasciami qualche giorno e chiederò ad un collega che proviene da un ambito accademico e che potrà darmi le informazioni che stiamo cercando.

Credo che questo approccio all’insegnamento sia molto positivo per diversi motivi, innanzitutto per tenere a bada l’ego del docente, che si dichiara disposto ad ammettere di non essere infallibile, e poi credo sia anche formativo didatticamente, perché gli allievi hanno modo di comprendere quanto la ricerca sul movimento sia una faccenda che dura un’intera esistenza, e che non esiste un momento in cui ci si possa sedere sul morbido cuscino delle certezze, neanche quando sei un insegnante, per quanto anziano o riconosciuto nell’ambiente. La danza vive attraverso i corpi, e la natura ha riempito il modo di corpi meravigliosamente diversi, in termini di proporzioni, densità, elasticità, flessibilità e miriadi di altre qualità: come potrebbero esistere informazioni assolute o eterne, che vadano bene per tutti e per sempre?

Carissimi allievi: fatemi tutte le domande che desiderate, ma non date mai per scontato che io abbia sempre una risposta pronta da darvi!

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