Rubriche Setteotto

Lia Courrier: in Italia i coreografi han bisogno di un santo protettore, di una musa o di un metodo?

Nel panorama della creazione contemporanea, nell'ambito della danza di ricerca ma anche in quello ballettistico, esiste un buco nella formazione italiana che riguarda la figura del coreografo. Non esistono infatti percorsi mirati a formare chi desidera affrontare questo difficile lavoro, che richiede competenze autoriali non solo nel lavoro su di sé, ma anche nella capacità di guidare gruppi più o meno numerosi di danzatori, componendo per loro, o insieme a loro, balletti, danze, coreografie, performance o spettacoli, in qualunque modo vogliate chiamarli. 

Nel bagaglio del danzatore contemporaneo esiste uno spazio dedicato all'improvvisazione e alla composizione, pratiche che possono sostenere il lavoro di chi si approccia alla coreografia, poiché promuovono l'acquisizione di strumenti indispensabili per creare una danza secondo criteri di spazio, tempo, musicalità e qualità del movimento, in modo coerente con la tematica prescelta. Un coreografo, però, non è chiamato a preoccuparsi solo dei movimenti, ma deve anche concepire un contenitore in cui questi possano esistere ed esserne valorizzati, composto da una solida drammaturgia, scene, luci, costumi, armonizzati in un continuum di elementi che si compenetrano, contribuendo alla trasmissione di un messaggio univoco. Le competenze richieste sono molte e stratificate, per questo non è raro che un coreografo sappia esprimersi anche attraverso altri linguaggi creativi, come ad esempio Saburo Teshigawara, artista giapponese, che nelle sue creazioni con la compagnia Karas, da lui fondata, si occupa personalmente di tutto: dall'impianto scenico al disegno luci, dagli abiti alla drammaturgia. Basta assistere ad un suo spettacolo per rendersi conto di come tutto si relazioni secondo un delicato ma perfetto equilibrio in cui tutte queste componenti occupano una spazio ugualmente importante. Ed è solo un esempio tra molti.

Nel resto del mondo esistono molti percorsi specifici per i coreografi, secondo metodi  e punti di vista differenti, ma tutti mirano a stimolare questo tipo di sensibilità nel concepire un intero senza concentrarsi solo ed esclusivamente sul movimento. Ci sono però anche altri aspetti importanti da considerare, come la capacità di trasmettere in modo chiaro i concetti e idee, anche i più insoliti o astratti. Nel guidare i suoi danzatori il coreografo deve essere in grado di comunicare cosa desidera e su cosa vuole lavorare in quel momento, per consentire al flusso di informazioni e di suggestioni di migrare dalla sua idea, ancora immateriale nella sua mente, ai suoi interpreti, lasciandole la possibilità di  vivere attraverso i loro corpi.

Essere un coreografo vuol dire continuare a ricercare, ad indagare, a farsi ispirare, rimanendo aperti alle mille fascinazioni che si possono ricevere da ogni cosa: dallo spazio interno del corpo, dalla ricerca di nuove qualità di movimento, allo spazio esterno, nella natura, nella città, nel quotidiano, ovunque. Si tratta di un vero e proprio allenamento costante per la mente e il cuore. Anche l'aspetto culturale è fondamentale, poiché dallo studio di tutto ciò che gli uomini hanno prodotto nella storia, attraverso l'arte, si possono ricevere preziosi insegnamenti, esorcizzando il rischio di realizzare qualcosa, pensando che sia una novità assoluta, senza sapere che vent'anni prima era stato già fatto uguale. Imbarazzante, no?

In Italia attualmente non esiste una cultura della formazione nella coreografia, differenziandola, ad esempio, da quella di un danzatore o di un insegnante. La carriera di un coreografo si basa esclusivamente su una formazione da danzatore, per poi appoggiarsi esclusivamente al proprio talento, all'intelligenza e all'urgenza che lo muove in questa direzione. Il più delle volte non si hanno sufficienti strumenti per poter affrontare la creazione di una danza e quindi si procede per tentativi, accumulando esperienza e traendo autonomamente le proprie conclusioni. Sarebbe molto più semplice se si potesse disporre di un percorso mirato proprio a consegnare al talento coreografico un metodo per esprimersi, qualunque sia il linguaggio coreutico di appartenenza, perché proprio di sviluppare un metodo si tratta.  

La questione è che non ci si può improvvisare coreografi senza creare qualcosa che pecchi in qualche modo di ingenuità scenica. La formazione è la premessa su cui costruire la danza del futuro, e sono convinta che per risollevare le sue attuali sorti, in Italia, bisognerebbe proprio partire da qui, permettendo ai nostri ragazzi di studiare senza dover necessariamente andare all'estero per apprendere questa antica arte. 

Sono convinta che la povertà coreografica italiana non sia solo dovuta alla grave mancanza di sostegno economico alla ricerca e alla progettualità individuale, la difficoltà ad attuare un cambio generazionale e la politica clientelare nella scelta delle investiture, ma anche ad uno sguardo poco ambizioso nei confronti della creazione. Ammiro stupita i video della ROH o dell'ABT, che fanno grande sperimentazione con il balletto e non capisco proprio come mai qui non si aspiri a fare una simile ricerca, ambiziosa, a volte irriverente e di largo respiro, per produrre spettacoli che abbiano un impatto scenico ed un potenziale emotivo sullo spettatore, preferendo invece rimanere in quello che già si conosce. In realtà un commento a questa riflessione ce l'avrei, ma lo riservo per un altro numero di SetteOtto.

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