Interviste

Alessia Campidori e Alessandro Torrielli: i due protagonisti di “Anna Karenina” si raccontano

Reduci dal successo di “Anna Karenina”, ho incontrato i due protagonisti del “Balletto di Milano”, sottraendoli alla lezione di classico che apre la giornata di ogni danzatore. Alessia Campidori e Alessandro Torrielli, giovanissimi e pieni di talento, hanno dimostrato di essere persone belle, sincere e autentiche. Innamorati del loro lavoro vivono la danza come passione e non come uno strumento per ottenere “fortuna e gloria”. E in un mondo in cui tutto corre troppo veloce, credo che questa sia una grande, forse la più grande qualità.

Entrambi giovanissimi, avete interpretato primi ruoli di grande spessore emotivo. Come vi avvicinate ai personaggi che portate sulla scena? Con quale approccio?

Alessia: innanzitutto documentandosi, leggendo, cercando ogni tipo d’informazione che mi permetta di dare una definizione del personaggio. Anna Karenina poi è particolarmente complesso. E' una donna che vive di sole emozioni. Non è mai chiaro cosa effettivamente pensi e quanto sia condizionata dalla società che la circonda. La difficoltà è consistita nel riuscire a capire ciò che prova in ogni istante.

Alessandro: Vronsky è un uomo totalmente devoto ad Anna. Insofferente ai dettami della società, l’avrebbe sposata senza alcun problema e l’avrebbe amata scevro da qualsiasi condizionamento. E’ certamente un personaggio più semplice di Anna, più chiaro nelle sue intenzioni.  Grazie al coreografo Teet Kask abbiamo lavorato sui dettagli, sulle espressioni del volto, abbiamo tentato di comprendere ciascuna emozione che si trovava alla base di ogni singola scena.

Quanto è importante che sulla scena ci sia feeling tra due artisti che interpretano una storia come quella di Anna Karenina?

Alessia: quando c’è sintonia col partner, tutto è più semplice. Se non avessi avuto Alessandro al mio fianco, al quale mi lega un profondo affetto e una grande stima, probabilmente non sarei riuscita a dare così tanto al personaggio. Laddove questo feeling manca è più difficile. E in quel caso subentra il mestiere. Ma il risultato è decisamente diverso.

Alessandro: Concordo con Alessia. In scena il rapporto che lega due persone nella vita è percepibile. In alcuni punti del balletto, per esempio il passo a due dell’Italia, questa totale fiducia l’uno nell’altro, ci ha sicuramente aiutato.

In una recente intervista, Oriella Dorella ha detto: “La danza mi ha permesso di addormentarmi come Carmen e svegliarmi Gelsomina”. Che cosa sta dando a voi la danza?

Alessia: mi sta regalando maggiore consapevolezza. La possibilità di interpretare ruoli complessi ti mette in discussione da molti punti di vista. Ogni giorno scopro lati di me che non conoscevo, aspetti del mio carattere che nella vita privata sono sopiti o nascosti.

Alessandro: il nostro lavoro è una grande, continua opportunità. Un giorno sono Gesù in “Passione Mozart” e il giorno dopo una delle sorellastre in “Cenerentola”. Il bello è proprio questo: essere tante persone, vivere emozioni diverse.

Che cosa, invece, vi aspettate che la danza possa darvi in futuro?

Alessia: non mi aspetto nulla. Sono molto contenta di ciò che ho raggiunto fino ad ora. Il mio impegno è, e sarà sempre totale. Gli stimoli non mancano e questo importa.

Alessandro: Penso che stia a noi ricercare qualcosa di positivo che crei emozioni e ci dia lo stimolo a voler fare di più e meglio. Sarebbe, in caso contrario, un lavoro come gli altri. Se c’è una cosa che la danza ancora non mi ha dato, è la stabilità e forse un po’ di sicurezza. Ciò che faccio, il livello che raggiungo, non mi basta mai.

Credete di avere dei limiti a livello ballettistico? E se sì, quali sono?

Alessia: ne esistono tanti. Ma i limiti sono fatti per essere affrontati e tentare di superarli. Impegnarsi per migliorare sempre e ottenere di più da se stessi.

Alessandro: ho consapevolezza di ciò che posso fare e non posso fare. Ma lavoro tanto per migliorarmi. Sono autocritico, però e a volte non è sempre un bene.

Vi ritenete ambiziosi?

Alessia: nel lavoro non tanto. Cerco di ottenere il meglio, ma conosco me stessa e so che certe cose non le potrò mai fare.

Alessandro: non molto. Spesso credo di non poter ottenere di più. Mi sento, in molti casi, inferiore. Di fondo c’è che non amo per niente la competizione. Mi fa star male.

Cosa vi ha portato alla danza?

Alessia: la pura passione. Da bimba non facevo che guardare “Dirty Dancing” e mia madre, all’età di quattro anni, mi portò a danza. Ho cominciato in una piccola scuola di provincia per poi trasferirmi all’accademia del Teatro alla Scala di Milano. Dopo sei anni sono passata al Teatro Carcano e lì mi sono diplomata.

Alessandro: mia sorella studiava danza sin da piccolina ed io, di frequente, assistevo alle lezioni o alle prove degli spettacoli. Così decisi di cominciare, ma non fu facile. Venivo da un piccolo paesino ed erano tanti i pregiudizi contro cui combattere. Per fortuna ho avuto un bravo insegnante che ha saputo sostenermi e ben indirizzarmi. A quindici anni sono entrato all’accademia del Teatro alla Scala per poi diplomarmi compiuta la maggiore età.

Prima abbiamo parlato di limiti. Quali sono invece le vostre carte vincenti?

Alessia: probabilmente un insieme di cose che vanno a concatenarsi tra loro. Di certo è importante che ci sia il riscontro del pubblico. Che si riesca a trascinare le persone nella storia e regalare loro un’emozione.

Alessandro: Credo di essere molto sicuro in scena. Come Alessia. In scena diamo il massimo e difficilmente commettiamo errori. Quindi l’affidabilità. E poi, forse, riesco a interpretare ogni ruolo che mi è proposto. Credo di essere molto versatile.

Quanto peso date alle critiche e quanto ai complimenti?

Alessia: i complimenti fanno sempre piacere. Le critiche, per quanto possano farti rimanere male, se costruttive, sono un motivo di riflessione. E inducono a migliorare. Le cattiverie sono un’altra cosa.

Alessandro: innanzitutto bisogna capire da chi è fatta la critica o il complimento. La critica fatta da chi è competente dispiace. Così come il complimento rende orgogliosi. Le cattiverie esistono e le metti in conto.

Quando eravate ragazzini e iniziavate il vostro percorso di studi alla scuola di ballo della Scala, che cosa sognavate per il vostro futuro?

Alessia: come tutte le bambine sognavo di diventare la più grande ballerina del mondo. Il tempo ti regala la maturità per capire come vanno le cose e i sogni assumono contorni diversi. Oggi sono soddisfatta di ciò che ho, felice della mia vita e dei risultati raggiunti. E il futuro è tutto da scoprire.

Alessandro: quando ho cominciato, non avevo alcuna idea di cosa significasse intraprendere questa carriera. Alla fine del sesto corso, invece, durante le prove in palcoscenico, scattò qualcosa e mi dissi che era esattamente quello il posto in cui sarei voluto essere e che quello era ciò che avrei voluto fare nella mia vita.

Siete entrambi primi ballerini del “Balletto di Milano”. Da quanto vi trovate in questa compagnia e come la vivete?

Alessia: mi trovo al “Balletto di Milano” da otto anni. Qui ho trovato la mia dimensione, siamo tutti molto uniti e ci vogliamo bene. E’ l’ambiente ideale per crescere e dare il meglio. I nostri direttori hanno in noi una grande fiducia e questo costituisce uno stimolo a fare sempre di più.

Alessandro: Sono qui da tre anni e ho trovato una grande e bellissima famiglia. Certo, ci sono i momenti in cui desideri star solo, ma in linea di massima la realtà del Balletto di Milano è una realtà ideale.

Quale tra i ruoli interpretati qui al Balletto di Milano è quello cui vi sentite maggiormente legati?

Alessia: credo Cenerentola. E’ stato il primo ruolo in assoluto. La prima grande emozione. E’ un personaggio cresciuto insieme con me.

Alessandro: Gesù in assoluto. E’ un ruolo talmente complesso da terrorizzare. Bisogna calibrare ogni atteggiamento e intenzione. Credo sia lo spettacolo che mi stanca di più. Non tanto a livello ballettistico, quanto emotivamente.

Se doveste fare un appello ai vostri direttori, che cosa chiedereste?

Alessia: vorrei ballare qualcosa di Preljocaj. Qualche anno fa vidi “Les Nuits”. E me ne innamorai.

Alessandro: mi piacerebbe ballare una coreografia di Forsythe. “Vertiginous” è il mio sogno.

La carriera di un danzatore ha un inizio e una fine. Se doveste pensare di reinventarvi completamente a che cosa pensate?

Alessia: di certo rimarrò nell’ambiente. Ma non so ancora esattamente cosa potrei fare.

Alessandro: io amo profondamente insegnare e credo di essere molto portato. E poi mi piacerebbe fare il light designer. Credo che un ex danzatore potrebbe fare, in tal senso, un ottimo lavoro.

Quando andate a vedere un balletto che non vi vede in scena come vi ponete? Con l’occhio critico del danzatore e con lo spirito dell’appassionato che si fa trascinare dall’emozione dello spettacolo?

Alessia: sono certamente critica. Credo che sia innato in tutti noi danzatori.

Alessandro: l’occhio critico viene fuori anche non volendo. Ma apprezzo quando vedo persone molto più brave dalle quali poter imparare.

La chiacchierata con Alessia e Alessandro è proseguita per un lungo lasso di tempo. Bello è stato scoprire due persone semplici, pronte a mettersi in gioco, consapevoli dei propri limiti ma pronti ad affrontarli e con una grande voglia di imparare. Caratteristica questa che vale molto di più di qualsiasi, ostentata consapevolezza di se. Da ragazzi così c’è solo tanto da imparare. 

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