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Addio a Trisha Brown, antropologa del movimento per raccontare l’esistenza

Quando una grande anima, che ha compiuto azioni leggendarie, abbandona il suo corpo fisico, provoca una interferenza nel campo energetico globale, che può impiegare parecchio tempo a dissiparsi e riassestarsi. È come se un recipiente pieno d’acqua venisse smosso, ed occorre attendere pazientemente per osservare la superficie di fluido ritornare liscia e calma.
Trisha Brown aveva compiuto i suoi primi 80 anni ed era malata da tempo, ci si poteva anche aspettare che da un momento all’altro il suo corpo stanco decidesse di lasciarsi andare al riposo, ma quando ieri sulla mia bacheca di Facebook hanno cominciato a comparire i primi messaggi in cui veniva data notizia della sua morte, ho sentito un colpo sordo in fondo al cuore. Doloroso.
Non la conoscevo personalmente, non ho mai studiato o lavorato con lei, purtroppo, ma in qualche modo era per me come un genitore spirituale. Dopo lo sgomento iniziale, però, ho sentito che era giusto lasciarla andare, che non si può essere dispiaciuti quando una persona come lei, dopo tutto ciò che ha fatto, detto, vissuto e danzato, con immensa generosità, non già solo per sé stessa, ma per tutti noi, decide di andare oltre. Bisogna essere felici che le sia stata data la possibilità di una vita tanto straordinaria, lunga e produttiva, ed è giusto che tutto questo ci venga trasmesso affinché portiamo avanti il lavoro che lei ha cominciato.
Per dare un senso a questo grande vuoto che sento, sapendo che lei non è più qui con noi, ho deciso di scrivere ascoltando la pancia più che la testa, per darle un mio personale, ultimo saluto, lontano da qualsiasi intellettualismo o analisi critica.

Con sincerità e onestà: le stesse qualità che vedo nella sua danza.
L’apporto che questa sorta di “antropologa del movimento” ha dato all’universo danza, se la consideriamo  come organismo unitario, è stato quello di sostenere un passaggio epocale, che già si dibatteva da anni nel desiderio di manifestarsi. La danza sentiva la necessità di trasformare forma e identità, per rispondere ad un cambiamento sociale, culturale e intellettuale che accendeva già da tempo gli States, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso nell’arte in generale, in ogni sua manifestazione nei musei, nei laboratori, nelle strade e nei teatri. La grandezza di Trisha Brown è stata proprio quella di vedere, ascoltare e farsi tramite di questo desiderio collettivo, per dare forma al cambiamento ponendosi come un bambino davanti allo sconfinato campo giochi del corpo. Il vocabolario creato da Trisha Brown è il risultato di questo instancabile provare, ricercare, curiosare in ogni meandro, entrando nelle articolazioni, scoprendo lo spazio, il ritmo e la gravità, ogni volta come se fosse la prima, con lo stesso stupore candido. Con acutezza, curiosità e un puro senso di libertà, qualsiasi cosa voglia dire questa parola per ognuno di noi, ha infuso grande energia ad una trasmutazione necessaria che ha concesso alla danza di risvegliarsi in un corpo totalmente nuovo, pur restando fedele a sé stessa.

Grazie a Trisha Brown, e a tutti i danzatori che si sono uniti a questa corrente di rinnovamento, mai afflitta da attaccamento a tutto ciò che fino a quel momento era stato considerato danza, il movimento trova motivazioni profonde da cui emergere. Urgenze che probabilmente erano sempre state lì ma che ora siamo in grado di vedere e di portare alla coscienza, in un periodo storico in cui l’umanità comincia a guardare sé stessa con occhi diversi e con una visione più organica e olistica del nostro ruolo nel mondo, che sia nella natura verde di foglie o nell’inospitale ambiente urbano di cemento; con il corpo steso su una zattera galleggiante in un laghetto o camminando sospesi su un muro di città: l’uomo si specchia nel dualismo e nel contrasto di questi contesti, restando comunque fedele alla propria essenza e identità, a suo agio.
L’eredità che ci è stata lasciata in dono è una danza che racconta l’esistenza, con un ritmo tutto suo, irregolare, fatto si sospensioni e di guizzi, che si scontra con l’apparente casualità degli eventi e con la relazione tra causa ed effetto. Una danza che diventa emotiva senza averne la volontà dichiarata, ma solo per il semplice fatto che parla di noi a noi stessi.
Un’era si chiude con la sua dipartita.

Platone disse: possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio.

La vera tragedia della vita è quando un adulto ha paura della luce.

Trisha Brown ha danzato nella luce, e nel partire ne ha lasciata talmente tanta dietro di sé che ancora ne posso vedere la scia.

Crediti fotografici: Lois Greenfield, Marc Ginot

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