Rubriche Setteotto

Lia Courrier: “Buon En Dehors a tutti!” – prima parte

Questa settimana vorrei affrontare una discussione che riguarda uno degli aspetti tecnici più importanti nello studio del balletto: la condizione costante di rotazione esterna degli arti inferiori, chiamata en dehors. Si tratta di un argomento a me molto caro, forse proprio perché ho dovuto sempre lavorarci molto, dal momento che il mio corpo non possiede affatto questa caratteristica, ma consoliamoci: si tratta di una dote molto più rara di quanto si possa pensare. Per poter fare un’analisi completa e approfondita su questo argomento, ho deciso di dividere in due parti la discussione perché mi sono resa conto che di cose da dire ce ne sono davvero tante.

Storicamente l’uso dell’en dehors è nato per consentire alle gambe maggiore possibilità di movimento. È sufficiente provare a sollevare una gamba lateralmente oppure indietro, infatti, per rendersi conto di come naturalmente avremo l’istinto di ruotarla verso l’esterno per andare oltre un certo limite, sfruttando a pieno il potenziale di mobilità dell’articolazione coxo femorale. Questa soluzione è presente anche in molte danze popolari da tutto il mondo, dove spesso possiamo osservare i danzatori mantenere le gambe ruotate verso l’esterno, sebbene nella maggior parte dei casi questa rotazione non è così enfatizzata come nella danza classica. Dal punto di vista comunicativo-emotivo, invece, tenendo conto dell’orientamento prettamente frontale del linguaggio scenico ballettistico, l’en dehors rappresenta un offrirsi al pubblico, mostrando quella parte della gamba che altrimenti rimarrebbe nascosta verso l’interno, permettendo così un’apertura del corpo in direzione dell’osservatore, come un simbolico donarsi alla platea, attraverso propria parte più interna e segreta.

L’en dehors non ha ragioni puramente estetiche, quindi, ma affonda le sue radici in qualcosa di più profondo, che riguarda la fisiologia e la drammaturgia del corpo danzante. È importante ritornare all’origine delle cose ogni tanto, soprattutto per noi insegnanti, che abbiamo il difficile compito di trasmettere dei sani principi del movimento. L’en dehors ideale, quello a cui tutti facciamo riferimento, prevede una rotazione esterna in virtù della quale i piedi poggiano al suolo con una apertura di 180 gradi. Il corpo umano, però, non sempre è disposto ad una simile ampiezza di movimento, dal momento che la maggior parte delle persone riesce a mantenere, senza forzature e in modo relativamente istintivo, una rotazione di soli 90 gradi, cioè la metà. Penso che la rotazione a 180 gradi si dovrebbe considerare più come una linea guida a cui tendere piuttosto che un diktat, e sarebbe molto meglio cominciare a lavorare sull’en dehors di un allievo solo dopo aver osservato le reali possibilità di quello specifico corpo perché, con un corretto allenamento, la tenuta e la forza nel mantenimento dell’en dehors possono migliorare sensibilmente. Essendo una condizione sine qua non, da mantenere costantemente, l’en dehors può provocare diversi problemi a tutta la struttura muscolo scheletrica, quando non viene eseguito in modo corretto: articolazioni coxofemorali, giunzione lombosacrale, ginocchia, caviglie, assetto dell’appoggio plantare. Queste sono alcuni aspetti della struttura che potrebbero essere compromessi e danneggiati. Per un en dehors ottimale, nel rispetto delle possibilità del corpo, è necessario che l’intero arto inferiore sia ruotato verso l’esterno, in modo costante e lungo tutte le sue articolazioni. Nella parte alta della gamba si agisce attraverso i rotatori del femore, mentre dal basso il piede preme sul pavimento, coinvolgendo bene la parte esterna, dal lato della colonna del quinto dito, usando la muscolatura per sostenere la cupola plantare, mantenendo l’appoggio stabile senza far rotolare il piede in pronazione. Il bacino e la colonna vertebrale, infine, vengono stabilizzati in una posizione neutra, grazie agli addominali profondi, principalmente il trasverso dell’addome, con la complicità del gruppo degli ileopsoas e del pavimento pelvico, per citare solo i principali muscoli senza entrare troppo nel dettaglio.

Ogni volta che forziamo l’en dehors oltre le possibilità, invece, per raggiungere a tutti i costi questo angolo ideale dei piedi a 180 gradi, senza preoccuparci di controllare che tipo di compensazioni si creano nel resto del corpo, le ripercussioni sulla struttura, nel tempo, potrebbero essere importanti.

Nella seconda parte dell’articolo, analizzeremo meglio l’en dehors dal punto di vista fisiologico e strutturale, per comprendere come il corpo può organizzarsi con grande efficacia per il mantenimento di questa particolare condizione, in tutta sicurezza.

Buona rotazione a tutti!

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