Operetta Mon Amour Rubriche

Torna Operetta Mon Amour: Lombardo-Ranzato, un connubio senza precedenti

Eccoci di nuovo per continuare la storia del Maestro Ranzato. Finalmente arriviamo all’incontro con Carlo Lombardo nel 1923.

Tra i due s’instaura subito una fattiva collaborazione: il Lombardo scrive la sceneggiatura di una gustosa, anche un po’ piccante (dati i tempi), pochade ambientata nella lontana Olanda. Ci troviamo in un immaginario paese, ove ogni casa è sovrastata da un piccolo campanile, i cui campanelli suonano ogni qualvolta uno dei coniugi perpetri un adulterio; tutto procede bene finché una nave, di ritorno dal Giappone, non approda nel porto per un guasto ai motori.

Tra le mogli dei vecchi pescatori indigeni ed i cadetti scoccano scintille ed i campanelli suonano e continueranno a suonare anche quando le mogli dei cadetti arriveranno nel curioso paesello grazie ad un disguido provocato dal “comico” La Gaffe.

C’è tutto per coinvolgere gli spettatori: la musica del Ranzato è brillante dove serve e sentimentale dove lo richiede l’azione. Poco importa se il tema della gavotta è ripreso da un altro lavoro, se il duetto giapponese viene da La Leggenda delle Arancie e se la bella melodia del refrain del “Duetto del Ricamo” altro non è che il ritornello (con le opportune modifiche e di tonalità quanto musicali) del suo ultimo grande successo in ambito leggero: “Passione”, canzone Valse lente su testo di Giovanni Maria Sala.

Questi è anche il paroliere delle parti cantate, o meglio, colui al quale è affidato l’adattamento ritmico; questa prassi sarà spesso seguita dal Ranzato che, preso dall’ispirazione, comporrà motivi a getto continuo sui quali si dovranno poi adattare testi che abbiano attinenza con l’azione. Ma, per tornare ai “Campanelli”, dobbiamo segnalare che la partitura è organica, in perfetto stile operettistico, di ottima fattura e con una strumentazione raffinata: in tutto il lavoro traspare la stoffa del grande compositore della “Generazione degli Ottanta”, seppure impegnato in un genere, cosiddetto, “leggero”, ma non per questo meno valido ed interessante.

Uno dei brani più noti e tutt’ora amati dal grande pubblico è un tributo all’ultima danza di moda: la java, e si intitola appunto “La Javanese”; chi non ricorda “Balla la giava, boccuccia di baci…”?, bella la melodia, trascinante il ritmo di mazurca ma chi può immaginare che l’accattivante refrain non è altro che quello della “Mazurca Russa” (Bocca baciata non perde ventura) di Ivonne, composta oltre dieci anni prima ed opportunamente abbassata di un tono per passarla dalla coppia soprano-tenore a quella soubrette- comico.

La cosa però funziona benissimo e noi ci compiacciamo col Ranzato per la brillante operazione di recupero! L’operetta è stata, in fondo, un’importante componente della storia (non solo musicale) italiana e chi accusa i compositori del genere di avere fatto troppo spesso ricorso a ritmi di ballabili nei loro lavori, non dovrebbe dimenticare che il fox-trot, lo shimmy ed il tango stanno all’operetta del ‘900 tanto quanto il galop e la polke e il valzer stavano a quella “classica” del secolo precedente.

“Il Paese dei campanelli” andò in scena a Milano il 23 novembre 1923 al Teatro Lirico ed ivi fu replicato fino al 20 dicembre, per passare poi dal 21 al Teatro Dal Verme fino al 20 gennaio ininterrottamente per un totale di centoquattro repliche: un successo senza precedenti.

Elena D’Angelo

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